Oltretutto
Un blog semiserio di deviazioni poetiche
venerdì 23 marzo 2012
Consequence
lunedì 5 dicembre 2011

Dicono gli atlanti che la Sicilia è un'isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d'onore.
Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d'isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è dispari, mischiato, cangiate, come nel più ibrido dei continenti.
Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubbo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava.
Vi è una una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell'angoscia della roba, una che recita la cita come un copione de carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio...
Tante Sicilia, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, fra la ragione e la magia, le temperie e il sentimento e le canicole della passione.
Soffre, la Sicilia, di un eccesso d'identità, né so se sia un bene o un male.
Certo per chi ci è nato dura poco l'allegria di sentirsi seduto sull?ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.
Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l'oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l'espatrio o ci lusinghi l'intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita come un vizio solitario. L'insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso ci essere diversi.
Diversi dall'invasore (che è più alto: il normanno non si può prenderlo a pugni, si può solo colpirlo al ventre con un coltello...); diversi dall'amico che viene a trovarci ma parla una lingua nemica; diversi dagli altri, e diversi anche noi, l'uno dall'altro, e ciascuno da se stesso. Ogni siciliano è difatti un'irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l'isola tutta è una mischia di lutto e luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte.
Altrove la morte può forse giustificarsi come l'esito naturale d'ogni processo biologico; qui appare uno scandalo, un'invidia degli dei.
Da questa soperchieria del morire prende corpo il pesismismo isolano, e con esso il fasto funebre dei riti e delle parole; da qui qui nascono perfino i sapori di tossico che lascia i bocca l'amore. Si tratta di un pessimismo della ragione, al quale quasi sempre si accompagna un pessimismo della volontà. Evidentemente la nostra ragione non è quella di Cartesio, ma quella di Gorgia, di Empedocle, di Pirandello. Sempre in bilico tra mito e sofisma, tra calcolo e demenza; sempre pronta a ribaltarsi nel suo contrario, allo stesso modo di un'immagine che si rifletta rovesciata nell'ironia di uno specchio.
Il risultato di tuto questo, quando dall'isola non si riesca o non si voglia fuggire, è un'enfatica solitudine. Si ha un bel dire che la Sicilia si avvia a diventare Italia (se non è più vero, come qualche savio sostiene, il contrario). Per ora l'isola continua ad arricciarsi sul mare come un'istrice, coi suoi vini truci, le confetture soavi, i gelsomini d'Arabia, i coltelli, le lupare. Inventandosi i giorni come momenti di perpetuo teatro, farsa, tragedia o melodramma.
Ogni occasione è buona, dal comizio alla partita di calcio, dalla guerra di santi alla briscola in un caffè.
Fino a quella variante perversa della liturgia scenica che è la mafia, la quale, fra le sue mille maschere, possiede anche questa: alleanza simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra e nello stesso tempo inetta a sopravvivere senza le luci del palcoscenico.
E' di questa dimensione teatrale del vivere che ci deriva, altresì, la suscettibilità ai fiaschi, agli applausi, all'opinione degli altri; e la vergogna dell'onore perduto; e la vergogna di ammalarsi...
Non è tutto, vi sono altre Sicilie, non finiremo mai di contarle. (Gesualdo Bufalino)
domenica 17 luglio 2011
domenica 26 giugno 2011
riflessioni zen di momenti zen...

Riscoprirsi per caso in un sabato pomeriggio con gli amici di sempre.

